Shakespeare e Evangelion?


Salve a tutti, sono un nuovo collaboratore di evaitalianfan! Mi chiamo Leonardo, alcuni di voi mi hanno “conosciuto” per degli interventi/riflessioni all’interno del gruppo.

Questo, che (spero) andrete a leggere, è il mio primo “articolo” riguardo Evangelion, cercherò di essere quanto più chiaro possibile e sopratutto tenterò di fornire una “nuova” chiave interpretativa dell’opera. Prima sono ovviamente necessari alcuni brevi preamboli, per meglio contestualizzare ciò che sto scrivendo. La mia speranza è quella di non annoiare nessuno, bensì di spingere il lettore a delle riflessioni e a esporre il proprio punto di vista in merito.

Comprendere Eva

Neon Genesis Evangelion è un opera volutamente criptica, enigmatica, da cui pertanto risulta quasi impossibile estrapolare una “verità”, parola di Hideaki Anno:

Evangelion è come un puzzle. Qualsiasi persona può vederlo e darne una propria interpretazione. In altre parole, stiamo offrendo agli spettatori [la possibilità] di pensare da soli, in modo che ogni persona possa immaginare il proprio mondo.

Hideaki Anno

Infatti la maggior parte delle vicende che troviamo in Evangelion si presentano, agli occhi di chi osserva, in maniera tale da lasciare spazio a punti di vista differenti, a volte, addirittura antitetici tra di loro.
Nonostante queste mille difficoltà, i fans, hanno da sempre guardato e riguardato la serie per poter trovare le proprie risposte, a mio avviso, riuscendoci proficuamente nella maggior parte dei casi.

Uno dei messaggi unanimamente riconosciuti a Eva, è che la felicità può essere trovata solo nel rapporto con le altre persone.

Lo scopo del mio articolo è quello di portare questa interpretazione ad una dimensione differente e, se vogliamo, antecedente; ma procediamo con ordine.
Una delle mie più grandi convinzioni, riguardo quest’opera che tanto ci lega, è che per poterla apprezzare nella sua essenza sia necessario partire dalla fine e non dall’inizio, ma questo cosa significa?

Semplicemente che Eva svela la sua natura di anime che va “al di là della trama” propriamente negli ultimi due, molto discussi, episodi. Le disamine a tal riguardo sono state molteplici e tutte ben curate e oggi io vorrei provare a portarvene una mia, cioè un possibile parallelismo tra gli episodi 25 e 26 di Evangelion con <<l’essere o non essere>> shakesperiano.

Ad alcuni potrebbe sembrare quasi una sorta di “insulto” questo paragone, eppure tenterò di portare le mie ragioni in maniera chiara e ordinata, senza per questo voler convincere nessuno: difatti si potrebbe affermare, parafrasando, che “Eva è bello, perchè vario!”, per cui non ho nessuna presunzione, ma solo la volontà di condividere con voi questa mia breve riflessione.

Iniziamo!

Essere o non essere?

Essere, o non essere, questo è il dilemma:
se sia più nobile nella mente soffrire
i colpi di fionda e i dardi dell’oltraggiosa fortuna
o prendere le armi contro un mare di affanni
e, contrastandoli, porre loro fine? Morire, dormire…
nient’altro, e con un sonno dire che poniamo fine
al dolore del cuore e ai mille tumulti naturali
di cui è erede la carne: è una conclusione
da desiderarsi devotamente. Morire, dormire.
Dormire, forse sognare. Sì, qui è l’ostacolo,
perché in quel sonno di morte quali sogni possano venire
dopo che ci siamo cavati di dosso questo groviglio mortale
deve farci riflettere. È questo lo scrupolo
che dà alla sventura una vita così lunga.
Perché chi sopporterebbe le frustate e gli scherni del tempo,
il torto dell’oppressore, la contumelia dell’uomo superbo,
gli spasimi dell’amore disprezzato, il ritardo della legge,
l’insolenza delle cariche ufficiali, e il disprezzo
che il merito paziente riceve dagli indegni,
quando egli stesso potrebbe darsi quietanza
con un semplice stiletto? Chi porterebbe fardelli,
grugnendo e sudando sotto il peso di una vita faticosa,
se non fosse che il terrore di qualcosa dopo la morte,
il paese inesplorato dalla cui frontiera
nessun viaggiatore fa ritorno, sconcerta la volontà
e ci fa sopportare i mali che abbiamo
piuttosto che accorrere verso altri che ci sono ignoti?
Così la coscienza ci rende tutti codardi,
e così il colore naturale della risolutezza
è reso malsano dalla pallida cera del pensiero,
e imprese di grande altezza e momento
per questa ragione deviano dal loro corso
e perdono il nome di azione.

William Shakespeare, Amleto.

Questo sopracitato è il famoso passo dell’Amleto che ha fatto la storia della letteratura. Non voglio annoiare nessuno con una parafrasi dei versi di Shakespeare, poiché credo che la questione centrale sia sotto gli occhi tutti: vivere, sopportando i patemi che la vita ci pone dinnanzi; oppure accogliere la morte come soluzione alla sofferenza?

Ora torniamo ad Evangelion. Negli episodi 25 e 26, troviamo la concretizzazione del Perfezionamento dell’uomo attuato dalla Sceele, come tutti noi sappiamo, l’umanità è stata portata ad un nuovo stadio evolutivo, ovverosia, l’unione degli individui in una coscienza unica. Lo scopo della Seele è quello di creare un mondo epurato dal peccato originale e sopratutto di placare le sofferenze degli uomini, causate dalla loro soggettività.

Troviamo quindi l’analisi dei personaggi principali della serie, cioè Shinji, Asuka, Rei e Misato; gli episodi sono strutturati come delle vere e proprie sedute psichiatriche, vi è una voce (a volte delle scritte) che pone delle domande, con l’intento di scavare in profondità nella psiche dei soggetti, e i “pazienti” rispondono (o tentano di rispondere). La finalità è quella di far uscire i problemi più interni dei protagonisti, in modo tale da porli di fronte alla loro essenza e al loro <<vero io>>.

Naturalmente anche qui il protagonista è il Third childreen Shinji Ikari, infatti nella prefazione al 26esimo episodio il cartello di presentazione recita testuale :

Tempo corrente, anno 2016 d.C.
In cerca di ciò che le persone hanno perso.
In altre parole, nel procedere del perfezionamento dell’animo.
Tuttavia, il tempo ora disponibile non è sufficiente a descrivere la totalità del processo.
Pertanto, si prenderà ora in esame un singolo ragazzo chiamato: Shinji Ikari.
Si tratterà adesso del perfezionamento del suo animo.

Il ragazzo analizzerà sé stesso attraverso le visioni che hanno di lui, le persone che gli stanno intorno. Ora, non voglio qui riportare per intero il testo dell’episodio, primo perchè risulterebbe noioso, secondo perchè anziché centrare ciò di cui sto parlando, finirei per perdermi in concetti poco utili e confondere le idee di chi sta leggendo, pertanto prenderò in esame solo ciò che ritengo necessario al mio scopo.

ep26 1

  • Rei: Si è felici nel vivere?
  • Shinji: Non lo so.
  • Rei: Si è felici nel vivere?
  • Asuka: Ma certo che sono felice!
  • Rei: Si è felici nel vivere?
  • Misato: Voglio fare solo cose piacevoli.
  • Kaji: Tu odi la solitudine?
  • Shinji: Non la amo.
  • Kaji: Tu odi la sofferenza?
  • Misato: Non mi piace.
  • Kaji: Per questo fuggi?
  • Misato: Proprio così. Che cosa c’è di male nel fuggire dalle cose spiacevoli?
  • Shinji: Non devo fuggire.
  • Rei: Perché non si deve fuggire?
  • Shinji: Fuggendo si soffre.
  • Rei: Anche fuggendo dalla sofferenza?
  • Shinji: Ho sofferto.
  • Asuka: Ma se stai già provando sofferenza allora puoi farlo.
  • Misato: Esatto. Se stai già soffrendo puoi anche fuggire.
  • Rei: Se qualcosa è davvero spiacevole si può anche fuggire.
  • Shinji: Però non voglio… io non voglio più fuggire. Sì, non si deve fuggire.
  • Misato: Questo perché? Senti che fuggire sia ancora più doloroso?
  • Asuka: Perché hai conosciuto la sofferenza che si incontra fuggendo.
  • Rei: Per questo non vuoi fuggire.

 

Qui a mio avviso troviamo la prima parte della questione. In seguito alle esperienze che i nostri personaggi hanno vissuto, in modo particolare Shinji, troviamo la risposta alla domanda. Vivere o morire? Fuggire dalle cose spiacevoli, oppure, restare per poterle affrontare? La riposta è lì, limpida di fronte a noi, nella frase che molte volte lo stesso Thrid childreen ha ripetuto a sé stesso come un monito “Non devo fuggire!”.

Abbiamo raggiunto la prima tappa, il primo appiglio in questa irta salita; la prima verità a cui aggrapparci è che non dobbiamo fuggire, la vita va vissuta. Questa sembrerebbe pura retorica se non ci fosse anche un “perchè”, una ragione a fondamento di tale certezza. Nello spezzone che ho riportato sopra, la motivazione che Shinji trova è appena un paio di battute dopo:

È perché se fuggissi nessuno mi terrebbe più in considerazione.
Non mi abbandonate.
Ve ne prego, non mi abbandonate.

Questa è la risposta, infantile, che il Third childreen usa per giustificare il suo atteggiamento. Egli è convinto che se non pilota l’Eva, nessuno lo terrà più in considerazione, e lo afferma nello stesso episodio 26.
Shinji sta assolutizzando la sua vita nel salire a bordo dell’Evangelion 01, ma potrebbe veramente essere questa la risposta che cerchiamo? Vivere e non fuggire dalle cose spiacevoli, solo perchè “qualcosa” è divenuto il “nostro tutto”?

01

  • Ritsuko: Però aggrappandoti totalmente all’Eva, l’Eva stesso diventerà il tuo essere.
  • Kaji: L’Eva stesso diventerà il tuo tutto.
  • Misato: E il tuo vero essere non sarà più in nessun luogo.

E cosa succede se questo “tutto” ci venisse a mancare? E’ Asuka a risponderci questa volta:

E così, quando verrà meno l’Eva non sarai più in grado di fare nulla…come me.

Allora no, non può essere questa la ragione che cercavamo, non è questa l’acqua che ci disseterà in questo deserto. Quindi dobbiamo continuare. Bisogna continuare ad analizzare noi stessi (perchè è di noi che si sta parlando) per poter trovare una risposta più soddisfacente.
Lo scambio di battute continua, le domande si fanno sempre più fitte, le risposte di Shinji sempre più difficoltose, fino a quando non è lo stesso ragazzo a porre una domanda:

Questo…sono io? Una forma che mi mostra agli altri. Un simbolo di me stesso. Anche questo. Anche questo. Anche questo.
Però io non capisco. Dove sono io? Cosa sono io? Cosa sono io?

Le risposte fornite dagli interlocutori di Shinji risultano vaghe, addirittura quasi fuori contesto, fino a che non si giunge al momento clou:

  • Shinji:Che cos’è questo? Uno spazio senza niente. Un mondo senza niente. Un mondo senza niente all’infuori di me. Sto perdendo la cognizione di me stesso. Sento come se io stesso mi dissolvessi. Come se il mio essere stesse svanendo.
  • Scritta: Perché?
  • Rei:È perché qui non c’è null’altro che te.
  • Shinji:Perché non c’è null’altro che me?
  • Rei: Senza un altro essere distinto da te stesso tu non puoi comprendere la tua stessa forma.
  • Shinji: La mia propria forma?
  • Scritta: La propria immagine?
  • Misato: Esatto. È nel guardare la forma delle altre persone che si conosce la propria forma.
  • Asuka: È nel guardare le mura tra se e le altre persone che si conosce l’immagine della propria forma.
  • Rei: Senza l’esistenza delle altre persone tu stesso sei invisibile a te stesso.
  • Shinji: Io posso esistere finché esistono le altre persone, non è così? Da solo io non sarei che ovunque e comunque solo. L’intero mondo sarebbe soltanto me.
  • Misato: Prendendo coscienza delle differenze tra te e gli altri dai forma a te stesso.
  • Rei: La prima altra persona è la madre.
  • Asuka: Tua madre è un essere umano diverso da te.
  • Shinji: Ma certo! Io sono io. Solo però è altrettanto vero che le altre persone creano la forma del mio animo.
  • Misato: Proprio così, Shinji Ikari.
  • Asuka: Alla fine l’hai capito, stupishinji.

Stupishinji

Ecco, finalmente ci siamo, la risposta che cercavamo è venuta finalmente alla luce. Perchè vivere? Perchè sopportare le angherie che la vita ci contrappone? Per il semplice fatto di stare in mezzo alle altre persone. La nostra ragion d’essere, il nostro io, può essere definito esclusivamente nel contatto con gli altri. La risposta assume ulteriore forza e significato, se contestualizziamo il momento e il modo in cui ad essa siamo giunti. Ricordo che Shinji si trova all’interno della coscienza unica, generata dal perfezionamento dell’uomo, egli sta “vivendo” la solitudine dell’animo, sta rendendosi conto di come un mondo composto solo da sé stesso sia effimero e totalmente vuoto.

Vorrei ora concludere tornando ai versi dell’Amleto.

Essere, o non essere, questo è il dilemma:
se sia più nobile nella mente soffrire
i colpi di fionda e i dardi dell’oltraggiosa fortuna
o prendere le armi contro un mare di affanni
e, contrastandoli, porre loro fine? Morire, dormire…
nient’altro, e con un sonno dire che poniamo fine
al dolore del cuore e ai mille tumulti naturali
di cui è erede la carne: è una conclusione
da desiderarsi devotamente.

Abbiamo trovato una risposta differente da quella proposta da Shakespeare: no, morire, dormire, non sono “una conclusione da desiderarsi devotamente”, in quanto la nostra vita è degna di essere vissuta, è giusto rifuggire la morte, è nobile rischiare i patemi dell’animo, pur di vivere con le altre persone, per trovare, dentro gli altri, non solo la nostra ragione di vita, ma anche il nostro essere, il confine che delimita noi stessi.

Morire, dormire.
Dormire, forse sognare. Sì, qui è l’ostacolo,
perché in quel sonno di morte quali sogni possano venire
dopo che ci siamo cavati di dosso questo groviglio mortale
deve farci riflettere. È questo lo scrupolo
che dà alla sventura una vita così lunga.
Perché chi sopporterebbe le frustate e gli scherni del tempo,
il torto dell’oppressore, la contumelia dell’uomo superbo,
gli spasimi dell’amore disprezzato, il ritardo della legge,
l’insolenza delle cariche ufficiali, e il disprezzo
che il merito paziente riceve dagli indegni,
quando egli stesso potrebbe darsi quietanza
con un semplice stiletto? Chi porterebbe fardelli,
grugnendo e sudando sotto il peso di una vita faticosa,
se non fosse che il terrore di qualcosa dopo la morte,
il paese inesplorato dalla cui frontiera
nessun viaggiatore fa ritorno, sconcerta la volontà
e ci fa sopportare i mali che abbiamo
piuttosto che accorrere verso altri che ci sono ignoti?
Così la coscienza ci rende tutti codardi,
e così il colore naturale della risolutezza
è reso malsano dalla pallida cera del pensiero,
e imprese di grande altezza e momento
per questa ragione deviano dal loro corso
e perdono il nome di azione.

Il poeta inglese qui pone la questione in maniera differente: cosa ci spinge a vivere? Cosa “dà alla sventura una vita così lunga?”. La paura. Il terrore della morte. L’inquietudine di non-sapere cosa troveremo al di là del fiume.

Eppure Shinji ha visto qualcosa di molto simile alla morte: dopotutto cos’è morire se non perdere sé stesso? Cosa vuol dire perire, se non essere in grado di riconoscere la propria forma e il proprio essere? Potremmo dire che il Third childreen, all’interno del perfezionamento, abbia visto cosa sia morire, ma nonostante questo, egli ha deciso di non desiderare una simile condizione di “pace”, perchè non è questo ciò a cui l’uomo veramente ambisce; bensì vivere a contatto con le altre persone.

Quindi: chi sopporterà fardelli, grugnendo e sudando sotto il peso di una vita faticosa?

Noi. Noi lo faremo, perchè la vita trionfa sempre, nonostante le avversità.

Siamo agli sgoccioli di questo mio primo <<articolo>>, con il quale ho voluto condividere insieme a voi, questo forte messaggio di Eva, cioè quello di amare la vita e desiderare di dividerla assieme alle altre persone. Dopotutto non è questo anche lo scopo del perchè si scrive qualcosa? Il desiderio di comunicare un idea, una riflessione, un concetto, assieme a chi legge.

Per concludere, voglio lasciarvi con un consiglio e un augurio, ricordatevi che:

Fuyutsuki: La verità che è dentro le persone è cosa tanto fragile da cambiare totalmente nel solo modo di riceverla.

Perciò se doveste avere un problema, di qualsiasi genere, tentate semplicemente di cambiare il vostro punto di vista, l’angolazione da cui osservate la realtà, così anche i vostri affanni vi sembreranno differenti e potreste essere in grado di trovare una soluzione alle avversità.

  • Claudio Lai

    Bellissimo testo, riesce nella sua (relativa) immediatezza e semplicità a far pensare e riflettere su quanto Evangelion abbia da dire sull’essere umano, e su quanto sia possibile specularci sopra. La mia ignoranza riguardo Shakespeare e la letteratura in generale mi impedisce di approfondire il discorso, ma spero, un giorno, di poter parlare più approfonditamente e nello specifico, e magari instaurare un bel discorso. Per ora posso solo che augurarti cento di questi articoli!

  • Nicola Ǝ Ramazzotto

    Molto, molto, molto bello e interessante questo articolo. Sorprendentemente, sono d’accordo con ogni singola frase che tu hai scritto riguardo ad Eva e ho apprezzato particolarmente la distinzione tra i vari livelli di risposta di Shiji, ovvero quella immediata, quella infantile e quella che è invece frutto di riflessione. Su Shakespeare, non credo che il messaggio dell’essere o non essere sia così univoco e ben definito, soprattutto se riportato al contesto originale, ma a livello strumentale per esprimere ciò che vuoi dire successivamente lo capisco e lo accetto. Keep up he good work!