Tra idealismo ed esistenzialismo


Il Progetto per il Perfezionamento dell’Uomo in Evangelion vanta un illustre predecessore nella storia del pensiero contemporaneo – qui per “contemporaneo” si intende “posteriore alla Rivoluzione Fran­cese” – che ha anticipato alcune delle tematiche disseminate qua e là nel magnum opus di Anno, le quali troveranno una spiegazione, sia pure solo parziale, nell’ultimo episodio della serie tv. Sto alludendo a Johann Gottlieb Fichte (1762–1814), il capostipite dell’Idealismo tedesco e la prima figura di spicco in cui gli studenti liceali di filosofia si imbattono dopo Kant.
Fichte, nella Missione del dotto (1794) scriveva: “Se tutti gli uomini potessero diventare perfetti e raggiungere così il loro più alto e supremo fine, essi sarebbero allora totalmente simili l’uno all’altro; formerebbero anzi un solo essere, un solo soggetto”[1]. Non è forse ciò a cui aspirano i protagonisti di Eva nella sequenza di battute iniziali dell’ultimo episodio?
Ma perché, secondo Fichte, la perfezione coincide con l’unione di tutti gli Io individuali in un unico Io collettivo? Non è un concetto facile da riassumere in poche righe, tuttavia ci proverò. Alla base del ragio­namento fichtiano sta l’Io infinito. Questa è una nozione che può apparire oscura, ma si spiegherà da sé (o almeno, spero) procedendo nel discorso. Ciò detto, seguono tre passaggi fondamentali:

A. L’Io pone sé stesso.
B. Ad ogni affermazione, sul piano logico[2], corrisponde una negazione: perciò, se l’Io si pone, ad esso si oppone necessariamente il Non-Io.
C. L’io, scontrandosi con il Non-Io, si frantuma in un pluralità di Io finiti, che coincidono con i singoli individui.

Ogni Io finito (ognuno di noi, per intenderci) è quindi chiamato a combattere una battaglia quotidiana con il Non-Io (ossia, con il mondo esterno) che lo limita, nello sforzo (streben) di ricongiungersi con l’Io infinito; uno sforzo che non avrà mai fine, perché una volta superato un ostacolo se ne presenterà co­munque un altro ancora da superare, e così via, in una lotta incessante tra Io e Non-Io.
Uno dei presupposti più interessanti della teoria di Fichte è che la realtà esterna non esiste di per sé, ma solo in quanto è posta dall’Io, ossia dal Soggetto. Il Soggetto non si limita a percepire l’Oggetto: addirit­tura, lo crea. Quando Shinji fluttua nel nulla si trova in “un mondo dove non c’è niente” e gli si replica che quello è “il mondo della libertà che non viene limitata da alcuno”. Proprio così: la situazione in cui si trova Shinji è una metafora dell’Io infinito[3] del primo passaggio, nel quale

“l’io pone se stesso, c’è solo l’io: […] l’io originario, essendo solo, è assolutamente libero, è “assoluto” appunto, è sciolto da vincoli, è libero. All’origine per Fichte c’è l’io, ma questo equivale a dire che all’origine c’è la libertà, perché l’io non è con­dizionato da niente fuori di sé, nel primo momento logico non ha un non-io che lo limiti, quindi è assoluto, è del tutto libero.”[4]

Qui il Non-Io fa la sua timida comparsa: si traccia una linea orizzontale con cui “sono nati il sopra e il sotto” e arriva “una non libertà”. Senonché, cominciano a manifestarsi le prime differenze tra Evan­gelion e l’Idealismo tedesco. Fichte è sostanzialmente ottimista circa il destino dell’uomo: lo streben, anche se non giungerà mai ad una risoluzione definitiva, non è comunque vano perché comporta accettazione della sfida lanciata dal Non-Io e fiducia nella possibilità di realizzare un miglioramento progressivo, tanto del singolo quanto dell’umanità in generale. Nei personaggi di Eva si avverte invece la percezione della finitezza, dell’impotenza, dello scacco: vogliono riunirsi perché si sentono “fragili e deboli”, perché le persone non riescono a vivere da sole, per “colmarci a vicenda”. Ecco che l’Idealismo non è capace, da solo, di esaurire la complessità dell’opera: occorrerà pertanto attingere anche ad altre fonti.
Facciamo un salto in avanti di un secolo. Gli orrori del primo conflitto mondiale e la crisi della cultura occidentale tra le due guerre favoriscono la nascita di una nuova corrente di pensiero – l’Esistenzialismo – che troverà la sua fioritura (diventando, per certi versi, anche una moda) nell’ultimo dopoguerra. Il primo Esistenzialismo è mitteleuropeo – nomi illustri sono quelli di Martin Heidegger (1889–1976) e Karl Jaspers (1883-1969) – mentre l’Esistenzialismo maturo è senz’altro quello francese, che vede in Jean-Paul Sartre (1905–1980) il suo indiscusso esponente di primo piano. Del parallelismo tra Evange­lion e le teorie di Sartre si è già parlato a sufficienza e si possono reperire online senza difficoltà numerosi spunti di riflessione sull’argomento[5], perciò non mi dilungherò ancora nel battere una strada già abbon­dantemente percorsa. Mi dedicherò invece ad evidenziare le analogie tra Eva e l’opera più nota di Hei­degger: Essere e tempo (1927).
Partiamo dal concetto di ente. L’ente è tutto ciò che è: con questo termine si possono designare molte cose diverse, ciascuna caratterizzata da un suo specifico modo di “essere”: ad esempio, oggetti e arnesi, piante e animali, uomini e dei. Gli enti, d’altro canto, traggono la loro essenza, ossia la natura che gli è propria, dall’Essere. Bisognerebbe, a questo punto, spiegare che cosa sia l’Essere. E qui viene il bello: l’Essere non si può definire, perché “definire” significa letteralmente (v. anche nota 3) rendere qualcosa de-finitum, cioè “confinato”, “delimitato”, “circoscritto”. Ma l’Essere sfugge ad ogni nostro tentativo di racchiuderlo e di impossessarsene perché è trascendente, ossia è collocato al di là (trans) della nostra possibilità di afferrarlo e di comprenderlo.
Un discorso a parte lo merita l’uomo, che si distingue da ogni altro ente per la sua particolare condizione, indicata da Heidegger con il termine Esserci, che traduce il tedesco Dasein – composto di “Essere” (Sein) e “Là” (Da) – cioè “esser là”, dove questo “là” coincide con il mondo: esserci vuol dire pertanto essere-nel-mondo. L’uomo è nel mondo, ma non è parte di esso, esattamente come io ora sono in casa, la abito, ci vivo; e tuttavia, non per questo sono parte della casa. Ma cosa differenzia realmente l’essere umano dagli altri enti che lo circondano? Heidegger risponde che l’essenza dell’Esserci sta nella sua esistenza. La perplessità è alle stelle: dunque gli enti diversi dall’uomo non esistono? Sì e no: dobbiamo prima metterci d’accordo su cosa si intende con esistenza.
Nel linguaggio comune, l’esistenza si riduce a ciò che in Essere e tempo è considerato “semplice-presenza”. Ora mi trovo in camera mia: la finestra, la scrivania, il letto “esistono” solo perché io attesto la loro realtà semplicemente-presente qui e ora dinanzi a me. Io invece esisto sul serio, nel senso dato dal verbo latino exsistere, cioè sistere ex, “stare fuori”, “farsi avanti”: l’Esserci è qualcosa che va oltre la semplice-presenza, situandosi nella dimensione della possibilità:

“[l’essenza] dell’Esserci non è l’attuazione di una particolare natura già del tutto determinata nel suo modo di essere, come quella ad esempio di una pietra, di un albero, di un animale, impossibilitati come sono di essere diversi da ciò che sono; […] l’Esserci è sempre essenzialmente possibilità, e in virtù di essa un poter-essere, un progetto[6]

Gli enti nel mondo si limitano ad essere semplicemente-presenti; l’uomo soltanto può veramente esistere, perché non è vincolato da una natura imprescindibile che lo costringe a seguire un percorso obbligato, bensì può aderire ad un progetto posto in essere da se stesso. D’altra parte, l’uomo è un Esserci, un essere-là, un essere-nel-mondo: non c’è da stupirsi allora se, nel suo rapportarsi con il mondo, finisce col perdere se stesso scegliendo la strada della così detta esistenza inautentica.
Per Heidegger l’io smarrisce se stesso – si disperde – quando è appiattito al livello della particella prono­minale si: in tal caso

“comprende e interpreta il mondo secondo l’opinione comune, pensando quello che “si pensa”, dicendo quello che “si dice”, facendo quello che “si fa”, credendo in ciò che “si crede”, ecc., progettandosi cioè in base alla tipica dittatura del Si neutro, impersonale e anonimo”[7].

Nella visione heideggeriana il Perfezionamento dell’Uomo rappresenterebbe dunque l’apoteosi della sper­sonalizzazione, il trionfo del mondo del si, in cui ciascuno è l’altro, nessuno è se stesso. Eppure, nelle battute finali[8] Shinji scopre la possibilità dell’esistenza autentica, riaffermando contemporaneamente la sua decisione di non fuggire più. Sarebbe troppo semplicistico, a questo proposito, ritenere che Shinji fugga solamente quando si allontana da Misato e dalla Nerv: in realtà, allontanamenti e rientri sono le due facce di una stessa medaglia.
Shinji, quando scappa, fugge non dagli altri ma da se stesso; quando ritorna, è comunque schiacciato dal peso delle aspettative che più o meno tutti gli cuciono addosso[9]. L’oblio di sé lo porta ad identificarsi con l’Eva, anche se Ritsuko lo ammonisce: “aggrappandoti totalmente all’Eva, l’Eva stesso diventerà il tuo essere”. “E il tuo vero essere non sarà più in nessun luogo” aggiunge Misato. In 24 episodi su 26, l’esistenza di Shinji rimane contraddistinta dalla dispersione e dall’inautenticità[10]. Alla fine però av­viene una svolta, così descritta da un dottorando in Letteratura comparata al King’s College di Londra:

“When Shinji sees the possibility and freedom he can have while being in the world, he refuses to obey the “Human Instru­mentality Project,” which can let him totally lose his sensitivity to existence. His desire to be a being, instead of a non-being merging with other beings that lose their selves, leads to the failure of the project and ends up the story.”[11]

Tale svolta è strettamente correlata ad uno dei punti cardine del pensiero di Heidegger, vale a dire la Cura. Essere-nel-mondo significa infatti Essere-con-gli altri. La cifra costitutiva del con-Esserci è l’aver-cura: “riguardo ai suoi simili, l’esserci ha cura di essi, cura i suoi rapporti con loro, li cura”[12]. L’aver-cura degli altri si può paragonare ad un pendolo che oscilla tra due estremi opposti: intromettersi nella vita dell’altro, sostituendosi a lui e sollevandolo dalle sue responsabilità; oppure promuovere la vita altrui, senza sottrarre l’altro ai propri affanni, bensì rendendolo in grado di prendersene davvero carico: è in questa seconda modalità che si espleta la Cura autentica.
Ora i conti tornano: il Perfezionamento dell’Uomo si può leggere come una Cura inautentica, con la quale un’umanità debole e impaurita tenta di trovare una scorciatoia che renda più sopportabile il peso quoti­diano del vivere. Anche Shinji pare cascarci, quando anela che nessuno mi abbandoni e tutti si pren­dano cura di me. Tuttavia Misato, qualche battuta dopo, gli replica: L’unico a poterti compatire e comprendere… sei tu stesso. E Rei procede sulla stessa scia: “Per questo abbi cura di te stesso”.
I dubbi avanzati da Shinji in quel momento[13] contengono un’intuizione che lega Cura ed Esistenza au­tentiche: le battute finali rivolte a Shinji uno ad uno da tutti i personaggi dell’anime, che seguono la visione di un universo alternativo (e anch’esso possibile) in cui ciascuno è felice, costituiscono un esempio di Cura intesa in senso autentico, di cui la celebre carrellata conclusiva delle congratulazioni sottolinea la riuscita.
Giunto fin qui, non credo proprio che riuscirei a terminare con parole migliori di queste, che mi permetto di rubare ad una docente di Pedagogia dell’Università di Verona:

“Quel mancare dell’essere pieno e intero che caratterizza la vita umana è anche, allo stesso tempo, apertura all’essere, a ulteriori non predefinite possibilità esistentive; il nostro essere è, infatti, quello di trovarci sempre aperti a modi d’essere possibili, rispetto ai quali decidere il come del proprio essere attuale. Esistere significa – come già visto – rispondere all’appello a dar corpo alle possibilità dell’esserci. Questo dar corpo al possibile del proprio essere richiede cura; aver cura della vita è dunque anche assumersi l’impegno di rendere attuale il possibile, in modo da realizzare una vita pienamente umana e come tale degna di essere vissuta.”[14]

 

N.B. Tutte le citazioni in grassetto sono tratte dal testo integrale dell’episodio 26 pubblicato in EIF.

 

Citazioni e bibliografia

[1] Cit. in Masullo, p. 25.

[2] Onde evitare equivoci, è bene precisare che i tre passaggi elencati sono da intendersi non in senso cronologico (prima A, poi B, infine C) ma soltanto logico (A implica B che a sua volta implica C).

[3] Ora dovrebbe essere chiaro che “infinito” va interpretato nell’accezione originaria del latino infinitum, composto da in- e finitum, ossia “non confinato”, “non limitato” e quindi non costretto da nulla e da nessuno.

[4] A. Gargano, L’idealismo tedesco – Fichte, Schelling, Hegel

[5] Chi mastica un po’ di francese può ad es. scaricare F. Jouini, Projet personnel en humanité: Neon Genesis Evangelion, une œuvre à portée philosophique

[6] Carrara, p. 51.

[7] ivi, p. 55.

[8] “Io non sono altro che io. Io sono io. Voglio essere io. Io voglio stare qui! Per me è possibile esistere!”.

[9] Obbedire passivamente a tutto ciò che gli viene detto di fare. Che tale sia la regola di vita di quel ragazzo? si domanda infatti Ritsuko.

[10] Nell’episodio 16 Asuka accusa Shinji, a riguardo, di “autonichilismo” (sic).

[11] Tsang, p. 42.

[12] Fabris, p. 107.

[13] “Anche se mi dite così, io non trovo me stesso. Non lo capisco. Come potrei averne cura?”.

[14] Mortari, p. 29.

 

BIBLIOGRAFIA

 

Carrara, C., La solitudine nelle filosofie dell’esistenza, F. Angeli, Milano 2000.

Fabris, A., Essere e tempo di Heidegger: introduzione alla lettura, Carocci, Roma 2004.

Gargano, A., L idealismo tedesco: Fichte, Schelling, Hegel, La Città del Sole, Napoli 1995.

Masullo, A., Lezioni sull’intersoggettività: Fichte e Husserl, Editoriale Scientifica, Napoli 2005.

Mortari, L., Alle radici della cura, in “Thaumàzein”, 1 (2013), pp. 11-33.

Nesti, R., La vita autentica come formazione: lettura pedagogica di Essere e tempo di Martin Heidegger, Firenze University Press, Firenze 2007.

Tsang, G. F. Y., Beyond 2015: Nihilism and Existentialist Rhetoric in Neon Genesis Evangelion, in “Journal of International and Advanced Japanese Studies”, 6 (2016), pp. 35-43.

[riduci]
  • Badio

    Grazie.